Home
Notes
Traductions & Res.
eStudio
Vielbein
Latest notes...
Some notes on Relativity and other arguments
Matthews - Perplexity in Plato, Aristotle and Tarski
<p style="text-align: justify;">In accordo con Platone (<em>Teeteto</em>) e Aristotele (<em>Metafisica A2 982b</em>) la filosofia inizia con la meraviglia, ma entrambi i filosofi la collegano poi con la perplessità; l'articolo di Matthews cerca di approfondire questo legame, mostrando in conclusione come lo stesso stato cognitivo sia all'origine del pensiero di un filosofo contemporaneo come Tarski.</p> <ul> <li style="text-align: justify;">I primi dialoghi di Platone si dicono socratici perchè la figura di Socrate - come anche nei dialoghi della maturità - è fondamentale, ma soprattutto perchè sono aporetici, cioè non si arriva a nessuna conclusione definitiva sugli argomenti che si sta affrontando. Socrate in essi porta il suo interlocutore in uno stato di sconcerto e disorientamento, stato che caratterizza anche la posizione dello stesso Socrate e spesso questi dialoghi si concludono con l'invito da parte del filosofo a riprendere la discussione in un secondo momento.</li> <li style="text-align: justify;">Uno dei dialoghi socratici è il <strong>Menone</strong> dove il protagonista si esprime in questo modo su Socrate "<em><span style="background-color: #ffffff;">Socrates, before I even met you I used to hear that you are always in a state of perplexity and that you bring others to the same state, and now I think you are bewitching and beguiling me, simply putting me under a spell, so that I am quite perplexed ... like the broad torpedo fish ... [who] makes anyonewho comes close and touches it feel numb, you seem to have had that kind of effect on me, for both my mind and my tongue are numb, and I have no answer to give you. Yet I have made many speeches about virtue [the subject Socrates was questioning him about] before large audiences on a thousand occasions, very good speeches as I thought, but now I cannot say what [virtue] is. (Meno 80ab)</span>". </em>E' il famoso passo in cui Socrate è paragonato ad una torpedine marina. Ed è altrettanto famosa la risposta di Socrate al suo interlocutore, in cui accetta la metafora indicando però che anche lui si trova in una situazione simile di 'perplessità'; con le parole di Socrate "<em><span style="background-color: #ffffff;">I myself do not have the answer when I perplex others, ... but I am more perplexed than anyone when I cause perplexity in others</span></em>".</li> <li style="text-align: justify;">E' interessante osservare che i temi su cui Socrate invita a riflettere i suoi concittadini nei dialoghi 'aporetici' sono quelli etici (che cosa è la virtù, il coraggio, l'amicizia...), quindi tutti temi su cui non si può avere una definizione/accordo univoci, ma in cui gli interlocutori possono esprimere opinioni anche contrastanti. Sono tutti temi problematici e ogni soluzione proposta sembra superiore alle altre solo per alcuni aspetti che sembrano migliori rispetto ad altre soluzioni, ma nel loro insieme ogni soluzione non è libera da qualche obiezione. Tutt'altro carattere hanno le argomentazioni geometriche, affrontate ad esempio nel Menone, e che non sono problematiche <span style="display: inline !important; float: none; background-color: #ffffff; color: #626262; font-family: Lato; font-size: 14px; font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: 400; letter-spacing: normal; orphans: 2; text-align: justify; text-decoration: none; text-indent: 0px; text-transform: none; -webkit-text-stroke-width: 0px; white-space: normal; word-spacing: 0px;">dal punto di vista filosofico </span>.</li> <li style="text-align: justify;">Uno dei dialoghi in cui si evidenzia in modo specifico l'assenza di un risultato definitivo e l'invito di Socrate a riprendere la discussione è quello di <strong><em>Eutifrone</em></strong>, dove a seguito della richiesta di Socrate di riprendere l'analisi di ciò che significà 'pietà', il protagonista sbotta "<em>Some other time, Socrates,... I am in an hurry now....</em>". Ma se l'Eutifrone è l'esempio paradigmatico di un dialogo aporetico, il Menone rappresenta già un allontanamento da esso, in quanto Socrate, dopo aver accettato la metafora della torpedine e messo in seguito in difficoltà uno schiavo su un problema matematico, inducendo in lui uno stato di 'aporia', quindi di perplessità, afferma che lo stato a cui è giunto lo schiavo è uno stato 'conoscitivo' successivo a quello di partenza, in quanto all'inizio egli era nell'ignoranza, mentre ora già si pone delle domande, che lo hanno portato in una condizione di insicurezza, ma che lo guideranno in seguito alla risoluzione del problema. Oltre a questo aspetto bisogna sottoliearne un altro che sottolinea un allontanamento dalle posizioni di Platone espresse nell'Eutifrone; a differenza di ciò che accade in quest'ultimo, l'argomento del Menone - che causa aporia - è un argomento matematico e non etico, quindi ci si trova di fronte ad un argomento di cui si conosce la soluzione. Si ha una condizione emotiva di un paradosso (la determinazione dell'area doppia di un quadrato) che si affronta, ma di cui si riuscirà a trovare una soluzione; una condizione che potremmo chiamare 'meraviglia interrogante', come abbiamo avuto modo di descrivere in altre note. Una differenza ulteriore da tenere in conto, legata alla discussione sul quesito matematico, è che nel Menone Socrate sa perfettamente quale sia la soluzione del problema e non si trova in uno stato di perplessità; quindi la metafora della torpedine marina in questo caso non si può applicare. Piuttosto Socrate induce ancora la perplessità nello schiavo, ma essa è uno strumento pedagogico che serve a convincere il ragazzo della sua ignoranza e a motivarlo nel cercare la soluzione al problema.</li> <li style="text-align: justify;">Il cambiamento evidenziato nel Menone risulta essere duratura nei dialoghi successivi (Simposio, Repubblica...), infatti Socrate diviene una figura che propone delle teorie (la teoria delle forme) e sostiene conclusioni positive; non è solamente una figura che porta l'interlocutore alla perplessita sugli argomenti trattati.</li> <li style="text-align: justify;">Se consideriamo la <strong>Repubblica,</strong> possiamo evidenziare che il primo libro sembra essere ancora di tipo aporetico, nel senso che la conclusione del dialogo non è definitiva, ma in questo caso ci troviamo di fronte ad una posizione che Platone sostiene in vista degli sviluppi successivi; il libro è dunque un preludio a quello che verrà spiegato nei libri successivi e non si può dunque definire aporetico. Inoltre nel VII libro Platone sostiene una critica verso il Socrate 'storico' per avere indotto nei giovani una perplessità distruttiva che li ha portati al nihilismo e aperti alla corruzione; questo passo recita: "<em><span style="background-color: #ffffff;">And isn’t it one lasting precaution not to let them taste arguments while they’re young? I don’t suppose that it has escaped your notice that, when young people get their first taste of arguments, they misuse it by treating it as a kind of game of contradiction. They imitate those who’ve refuted them by refuting others themselves, and, like puppies, they enjoy dragging and tearing those around them with their arguments. (539ab, Plato)</span></em>". Da questo passo si evince che Platone si allontana ulteriormente dalla pratica Socratica della maieutica - di cui la perplessità è un aspetto fondamentale - e non sono presenti più argomentazioni che inducono aporia.</li> <li style="text-align: justify;">Nel <strong>Parmenide</strong> un giovane Socrate difende la teoria delle forme (proposta da Platone) dal vecchio filosofo eleate. Nel dialogo si trovano alcuni passi in cui Parmenide esprime perplessità verso la teoria proposta da Socrate, ma in questo caso non ci troviamo di fronte allo stesso tipo di perplessità che si riscontra nei dialoghi aporetici. In primo luogo Parmenide non sostiene di essere perplesso, ma lo sono tutte le persone (non filosofi) che ascoltano la teoria delle forme; in secondo luogo l'argomento non riguarda temi etici (come il chiarimento del concetto di virtù, di pietà...) ma una teoria che è sostenuta nell'Accademia e non nell'Agorà della polis; in terzo luogo Parmenide propone una soluzione per risolvere la perplessità (la dialettica di Zenone). Possiamo dire - come fa Matthews - che la perplessità socratica è stata <strong>'professionalizzata'</strong>, cioè resa parte del bagaglio culturale di un filosofo; infatti il problema che si deve affrontare è ora professionale (una teoria nel dibattito filosofico) ed inoltre Socrate può risolverlo se si concentra sulla dialettica.</li> <li style="text-align: justify;">Nel <strong>Teeteto</strong> sembra di ritornare ai dialoghi aporetici iniziali perchè l'argomento trattato (la conoscenza) non ha una soluzione accettata e univoca (le tre definizioni proposte per la conoscenza sono tutte e tre rifiutate); Socrate sottolinea nuovamente la sua ignoranza come nei passi in cui esprime cosa si è raggiunto nel dibattito con Teeteto: "<em><span style="background-color: #ffffff;">Then supposing you should ever henceforth try to conceive afresh, Theaetetus, if you succeed, your embryo thoughts will be the better as a consequence of today’s scrutiny, and if you remain barren, you will be gentler and more agreeable to your companions, having the good sense not to fancy to know what you do not know. For that, and no more, is all that my art can effect; nor have I any of that knowledge possessed by all the great and admirable men of our own day or of the past. (210bc, Plato</span>)</em>". Ma anche in questo caso ci sono diverse considerazioni che ci portano a concludere che la perplessità socratica è differente da quella dei primi dialoghi platonici. In primo luogo l'argomento affrontato è la conoscenza e non un concetto etico come nei dialoghi aporetici; inoltre - siccome si discutono le proposte di altri filosofi (Protagora, Eraclito Empedocle) - l'argomento è 'tecnico' e riguarda un dibattito filosofico. In questo dialogo è anche presente la stessa critica al socrate storico di cui si è detto nella Repubblica. C'è un ulteriore punto da prendere in considerazione: mentre i dialoghi aporetici erano incentrati sulla domanda '<strong>What is F?</strong>' - dove F era un concetto da analizzare - nel Teeteto l'aporia (perplessità) si è spostata su una domanda più complessa che è "<strong>How can it be the case that p?</strong>" come si vede dal passo "<em><span style="background-color: #ffffff;">Socrates: I have something on my mind which has often bothered me before, and got me into great perplexity [aporıa], both in my own thought and in discussion with other people – I mean, I can’t say what it is, this experience we have, and how it arises in us. Theaetetus: What experience? Socrates: Believing what is false. (187d, Plato)</span></em>". Questo passo sembra a prima vista simile a quelli fino ad ora affrontati in quanto il tema di 'che cosa sia una falsa credenza' è affrontabile allo stesso modo di 'che cosa è la conoscenza'; possiamo avere aporia riguardo alle varie opinioni che si possono esprimere, ma in questo secondo caso, anche se riusciamo a definre completamente cosa siano i giudizi veritieri, nasce la perplessità - di Socrate - di come sia possibile che, sebbene noi sappiamo che cosa sia il vero ed il falso, riusciamo in ogni caso a compiere dei giudizi sbagliati.</li> <li style="text-align: justify;">Il <strong>Sofista</strong> è il dialogo platonico in cui l'aporia ha un ruolo fondamentale. In esso sono affrontati problemi complessi come l'apparenza e la realta, l'essere e il non essere, verità e falsità. Nel dialogo Socrate non è presente, ma è sostituito dall' "Eleatic stranger" che esprime la sua difficoltà, disorientamento nell'affrontare i temi in questione, come si evidenzia dal passo "<em><span style="background-color: #ffffff;">This appearing, and this seeming but not being, and this saying things but not true things – all these issues are full of confusion [or: deeply involved in perplexity, apor´ıas], just as they always have been. It’s extremely hard, Theaetetus, to say what form of speech we should use to say that there really is such a thing as false saying or believing, and moreover to utter this without being caught in a verbal conflict [or antinomy, enantiolog´ıa]. (236e–37a, Plato)</span></em>". Una prima osservazione da fare è che in questo passo lo straniero si pone la stessa domanda del Teeteto: "come è possibile credere in qualcosa di falso?". Una seconda considerazione è che<strong> la perplessità in questo caso è associata ad una antinomia</strong>; cioè a qualcosa che porta ad una contraddizione che il pensiero vuole superare. L'antinomia consiste in questi passaggi: <strong>a)</strong> Il sofista dice qualcosa di falso. Da ciò si deduce che <strong>b)</strong> il sofista dice qualcosa; <strong>c)</strong> ciò che è falso è ciò che non è; <strong>d)</strong> ciò che non è, è nulla. Dunque <strong>e)</strong> il sofista dice nulla ed infine <strong>f)</strong> il sofista dice qualcosa e dice nulla. Siamo giunti in questo dialogo alla <strong>'normalizzazione della perplessità</strong>' - come dice l'autore - cioè a quel disorientamento che si riscontra di fronte ad una antinomia, che sarà tipica di un discepolo di Platone: <strong>Aristotele</strong>. Infatti lo stagirita quando affronta un problema per prima cosa individua le 'aporiai' (perplessità, difficoltà, antinomie, problemi) che appartengono all'oggeto di studio e si pone come obiettivo la risoluzione (<em>euporia</em>) di queste problematiche. Un passo famoso in questo senso è il seguente: "<em><span style="background-color: #ffffff;">We must, with a view to the science which we are seeking, first recount the subjects that should be discussed. These include both the other opinions that some have held on certain points ... For those who wish to get clear of the difficulties it is advantageous to state the difficulties well; for the subsequent free play of thought implies the solution of the previous difficulties, and it is not possible to untie a knot which one does not know. But the difficulty [perplexity, apor´ıa] in our thinking points to a knot in the thing [peri tou pragmatou]; for in so far as our thought is in perplexity [apor´ıa], it is like those who are tied up; in both cases it is impossible to go forward. Therefore one should have surveyed all the difficulties beforehand, both for the reasons we have stated and because people who inquire without first stating the difficulties are like those who do not know where they have to go; besides, we do not otherwise know even whether we have found what we are looking for; the end is not clear to such a person, while to one who has first discussed the difficulties it is clear ... The first problem [perplexity, apor´ıa prˆotˆe] concerns ... (995a24–b4,Aristotle)</span></em>".</li> <li style="text-align: justify;">L'autore infine paragona la perplessità platonico-aristotelica con un approccio filosofico contemporaneo. Egli prende in considerazione l'articolo "<strong>Truth and Proof</strong>" di <strong>Tarski</strong> ed evidenzia il seguente passo: "<em><span style="background-color: #ffffff;">Two diametrically opposed approaches to antinomies can be found in the literature of the subject. One approach is to disregard them, to treat them as sophistries, as jokes that are not serious but malicious, and that aim mainly at showing the cleverness of the man who formulates them</span></em>" e continua "<em><span style="background-color: #ffffff;">The opposite approach is characteristic of certain thinkers of the 19th century and is still represented, or was so a short while ago, in certain parts of our globe. According to this approach antinomies constitute a very essential element of human thought; they must appear again and again in intellectual activities, and their presence is the basic source of real progress</span></em>". Matthews sostiene che questo secondo approccio è tipicamente socratico. Tarski poi prosegue "<em><span style="background-color: #ffffff;">As often happens, the truth is probably somewhere in between. Personally, as a logician, I could not reconcile myself with antinomies as a permanent element of our system of knowledge. However, I am not the least inclined to treat antinomies lightly. The appearance of an antinomy is for me a symptom of disease. Starting with premises that seem intuitively obvious, using forms of reasoning that seem intuitively certain, an antinomy leads us to nonsense, a contradiction. Whenever this happens, we have to submit our ways of thinking to a thorough revision, to reject some premises in which we believed or to improve some forms of argument which we used. We do this with the hope not only that the old antinomy will be disposed of but also that no new one will appear. To this end we test our reformed system of thinking by all available means, and, first of all, we try to reconstruct the old antinomy in the new setting; this testing is a very important activity in the realmof speculative thought, akin to carrying out crucial experiments in empirical science</span></em>". Come si può facilemente osservare in questi passi sembra essere presente un legame fra la perplessità evidenziata da Tarski e quella esposta da Platone (in special modo l'ultimo) e Aristotele. </li> <li style="text-align: justify;">E' interessante infine la parte conclusiva dell'articolo, in quanto Matthews sostiene che "<em><span style="background-color: #ffffff;">... most of us, like Plato, Aristotle, and Tarski, can’t be content to live, like Socrates, with unresolved perplexity. We try to master philosophical perplexity by turning the source of perplexity into problem-sized perplexities (apor´ıai), or antinomies (enantiolg´ıai), which we can hope to solve, or resolve, one at a time.</span></em>". Quindi l'obiettivo del filosofo è quello di trasformare la perplessità che si prova di fronte a un problema, nel cercare le sorgenti di tale perplessità al fine di risolverle in qualche modo: questo processo che è presente nel Sofista e nelle pagine di Aristotele, è chiamato da Matthews "<strong>normalization of perplexity</strong>".</li> </ul>