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Some notes on Relativity and other arguments
Meraviglia, Perplessita, Aporia in Socrate e Platone
<div class="standard" style="text-align: justify;">Nel suo "<em>In principio fu la Meraviglia</em>" <strong>Berti</strong> riconosce che sia in Platone, come in Aristotele vi sia la consapevolezza che il pensiero filosofico inzi sempre da un sentimento di meraviglia, provata di fronte al darsi delle cose. Questa idea nasce da alcuni passi del <em>Teeteto</em> di Platone che qui di seguito riportiamo:</div> <div class="standard" style="text-align: justify;"><em>"è tipico soprattutto del filosofo provare questo stato d’animo, la meraviglia. Infatti non c’è altro principio della filosofia che questo e colui che disse che Iride è discendente di Taumante non sembra essersi sbagliato a stabilire la genealogia</em>"</div> <div class="standard" style="text-align: justify;">dove Iride è l'alter ego mitologico della meraviglia. Ma anche Aristotele nella metafisica asserisce "<em>tutti gli uomini tendono per natura al sapere</em>" e prosegue nel notare che essi "<em>hanno cominciato a filosofare, ora e in origine, a causa della meraviglia</em>". Berti inoltre asserisce che la meraviglia è consapevolezza della propria ignoranza e desiderio di soppiantarla, quindi di iniziare un percorso che porti a sapere quanto ha causato il sentimento di meraviglia; la ricerca è disinteressata e quindi legata ad alcun secondo fine 'terreno'. La meraviglia però è un sentimento 'raro' e 'prezioso' che non tutti provano e che è sintomo della libertà umana.</div> <div class="standard" style="text-align: justify;">La meraviglia in greco antico si esprime con la parola '<em>thaumazein</em>'. Come il Berti anche la filosofa francese <strong>Hersch</strong> ritiene che alla base della ricerca filosofica ci sia lo 'stupore' e che 'essere capaci di stupirsi'/meravigliarsi sia alla base della condizione umana; e ci comportiamo come i filosofi quando andiamo al di là della vita quotidiana a ci poniamo domande 'fondamentali'. Per inciso faccio notare che questa necessità a rispondere a domande fondamentali è anche un punto essenziale dell'opera di Arendt quando parla del thaumazein. Hersch inoltre sostiene che lo spettacolo del divenire e del cambiamento fu ciò che stupì i primi filosofi e che venne ripreso da Platone, che Socrate fù il primo a stupirsi che l'uomo dirige i suoi atti verso il bene ed infine che Aristotele provò stupore dinanzi al problema "<em>del rapporto fra il singolo essere concreto ed il concetto generale</em>".</div> <div class="standard" style="text-align: justify;">Dunque la meraviglia rappresenta uno stimolo importante, una condizione essenziale dell'essere a noi proprio, che ci porta a farci delle domande, a divenire un essere interrogante, ma - secondo il pedagogista statunitense <strong>Matthews</strong> - vi è anche una costellazione linguistica e semantica che si lega alla meraviglia e che può essere ricondotta alla perplessità. Come nel caso della meraviglia con il testo del Teeteto, anche nel caso della perplessità Matthews propone un passo platonico per evidenziare che la natura della filosofia sia legata alla perplessità; questo passo si trova nel Protagora e - nella sua traduzione inglese - afferma: "<em>Protagoras, please don’t think that I have any other wish in our discussion than to examine those things that I keep finding perplexing</em>", dove in italiano la frase evidenziata in corsivo si può tradurre come "sono incerto", "sono in dubbio" o infine "sono perplesso".</div> <div class="standard" style="text-align: justify;">Questa perplessità in ambito filosofico porta ad un sentimento di confusione e disorientamento. Ma questo disorientamento, perplessità che si prova, in rapporto al greco antico non fanno riferimento al Thaumazein, bensì al termine Aphorein. Esiste allora un legame fra questi due termini? Secondo il Berti Aristotele li pone espressamente in connessione come si evince dal seguente passo della Metafisica: "<em>chi è nell’aporia e nella meraviglia pensa di non sapere</em>". Berti inoltre prosegue affermando che la corretta interpretazione del termine Thaumazein - ciò che intendevano i filosofi greci - assume il suo corretto significato proprio alla luce del termine aphorein e l'errata interpretazione del termine deriva dal fatto che "nel mondo occidentale, in cui determinante è stato l’influsso della cultura cristiana, la meraviglia viene spesso confusa con l’ammirazione. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che il verbo greco thaumazein ( “meravigliarsi”) viene reso in latino col verbo admirari, e quindi la meraviglia diventa “ammirazione” (ad esempio, in Tommaso d’Aquino). Ma l’ammirazione è un sentimento di tipo estetico, che si prova quando si è di fronte a qualcosa di affascinante, di ammirevole. Per i cristiani, il creato suscita ammirazione in chi si sofferma a contemplarlo, perché è opera di Dio […] invece la meraviglia di cui parlano Platone e Aristotele non ha nulla di estetico, è un atteggiamento puramente teoretico, cioè conoscitivo, è semplice desiderio di sapere".</div> <div class="standard" style="text-align: justify;">Questa interpretazione del termine Thaumazein risulta in contrapposizione rispetto a quella data dalla Arendt, che predilige in primo luogo il suo significato 'estetico'. Vero è che questo significato di 'contemplazione' è presente sovente nell'opera platonica, basti pensare allo stesso mito della caverna in cui al termine del suo percorso il filosofo "<em>potrà osservare e contemplare (katidein kai theasasthai) il sole qual è veramente, esso stesso in sé e nella dimensione che gli è propria</em>". E' da sottolineare però che questa contemplazione è sempre espressa da verbi e metafore che hanno a che fare con il vedere, confermando quindi un duplice significato della meraviglia; da un lato come "<strong>meraviglia contemplante</strong>" e dall'altro come "<strong>meraviglia interrogante</strong>". L'esperienza della meraviglia contemplante (admiratio) avviene di solito alla fine di un percorso di crescita, mentre la meraviglia interrogante (interrogatio) - il thaumazein/aphorein - si pone all'inizio di questo percorso e quindi presuppone il primo senso di meraviglia. Inoltre il primo significato è associato ad uno stato emozionale positivo ed appagante, mentre il secondo ad uno stato di confusione e di incertezza.</div> <div class="standard" style="text-align: justify;">Per comprendere quale sia il significato da attribuire nel caso di Platone è utile analizzare il contesto in cui viene di solito presentata la frase - riportata all'inizio - come espressione del thaumazein. Socrate e Teeteto - un giovane matematico - stanno analizzando il divenire degli oggetti della sensibilità e si sono accordati su alcune 'regole generali' che consentono di mettere 'ordine' in ciò che esperiamo. A queso punto Socrate fa notare che sovente queste regole entrano in contrasto all'interno della nostra anima, dando origine ad esiti contradditori, e a questa ulteriore affermazione Teeteto rimane meravigliato affermando : "<em>io son pieno di una straordinaria meraviglia dinnanzi a che cosa mai rappresentino casi simili (hyperphyos hos thaumazo ti pot’esti tauta): e qualche volta, quando davvero mi concentro su di essi, mi vengono le vertiggini</em>". E' a questo punto - replicando a questa auto-attribuzione dello stato di meraviglia di Teeteto - che Socrate risponde con il brano oramai divenuto famoso. Ma l'intera dinamica del discorso fra Socrate e Teeteto mette in risalto che la meraviglia provata non è quella contemplante, ma quella interrogante, scatenata più che altro dal sentimento di perplessità e confusione generata da un'aporia (aphorein) - un contrasto.</div> <div class="standard" style="text-align: justify;">E' da notare inoltre che l''atteggiamento del filosofo si discosta da quello del matematico (anche se questa considerazione risulta un poco debole), che a partire da ipotesi - regole - ben definite deduce tutte le conseguenze con un processo logico; il filosofo infatti di fronte a regole che entrano in contrasto (aphorein) prova un senso di perplessità/meraviglia (thaumazein) che lo portano ad analizare le regole (ipotesi) per determinare i motivi del contrasto ed in caso proporre un'ipotesi più generale che supera le difficoltà riscontrate. Mi sembra ad esempio che questo tipo di procedura avvenga in ogni scienziato che metta in discussione i cardini (le ipotesi basilari) che sono alla base della scienza che sta studiando.</div> <div class="standard" style="text-align: justify;">E' importante anche sottolineare che la perplessità generalmente non deriva da una mancanza di conoscenza ma dal trovarsi di fronte a diverse alternative che sono in contrasto, rispetto a cui si prova un 'turbamento' in quanto non si sa quale via scegliere. Per capire ulteriormente in cosa consiste l'aphorein è necessario ricavare quale sia il concetto di verità in Socrate, così come è stato esposto da Hersch. Per Socrate non esite una verità certa separabile da chi la enuncia e dal momento in cui è pronunciata; la verità non è solo un enunciato che esprime un dato di fatto, ma rappresenta anche un enunciato rispetto a cui l'uomo che lo esprime si 'impegna'; questo significa che per Socrate la verità teoretica è anche una verità pratica, in quanto modifica l'uomo che la supporta. In termini moderni sarebbe una verità esistenziale. E' questo senso del vero, questa comunanza esistenziale verso la verità enunciata che porta l'uomo a provare perplessità e meraviglia. Da tutto questo segue che il concetto di verità assume una valenza esistenziale, che una verità teoretica non ha mai; è l'aspetto esistenziale che genera la perplessità ma soprattutto il movimento successivo per superarla con una ricerca... Che la verità abbia questo carattere, che sfocia quasi nel morale è espresso dalla Hersch nell'osservazione: "<em>Se gli scienziati sottopongono le loro ipotesi a verifiche tanto severe è perché, quando si tratta del vero, si sono moralmente impegnati davanti a se stessi a raggiungere una forma rigorosa di certezza</em>".</div> <div class="standard" style="text-align: justify;">Ma allora Socrate si pone il compito di portare alla luce questo senso del vero che alberga in ogni uomo e lo compie facendo domande che inducuno l'interlocutore a raggiungere uno stato di 'perplessità' verso la verità che inizialmente esprime. Per Matthews ad esempio il dialogo principale in cui si esprime questa aphorein è nel Menone in cui l'allievo di Gorgia dice di provare perplessità a seguito dei dubbi che Socrate gli ha creato e lo paragona ad una <strong>torpedine marina</strong>, perchè come le vittime del pesce anche gli interlocutori di Socrate provano lo stesso effetto paralizzante e intorpidente.</div> <div class="standard" style="text-align: justify;">Ma quale è il significato effetivo di aphorein nel greco antico? Per poterlo capire è necessario in primo luogo considerare il significato del sostantivo opposto 'poros'. Quest'ultimo è "<em>usato per indicare […] soltanto vie marittime o fluviali</em>", dunque "<em>indica anzitutto il percorso tracciabile entro un elemento che significa in modo particolare l’instabile proprio perché fluido</em>". Una via d'acqua - il poros - non è indicata in modo netto, utilizza punti specifici (ad esempio promontori, le stelle ...) per essere tracciata, ma soprattutto ogni volta deve essere ri-tracciata, ri-pensata. Non è casuale dunque che lo stesso termine venga ad assumere un significato più generale di 'espediente', 'stratagemma', 'risorsa'.</div> <div class="standard" style="text-align: justify;">Ma se il poros è tutto questo, cosa è l'aporein che blocca con la sua meraviglia, perplessità? Ci viene in aiuto Platone con il suo concetto di aporon pelagos [Timeo] che rappresenta un mare insuperabile, non-percorribile in quanto non vi sono validi punti di riferimento, cioè "<em>totalmente e disordinatamente mobile</em>". Passando ora dalla metafora marina ad un fatto/concetto che genera a-phorein (aporia), significa che ci troviamo di fronte ad una situazione non conoscibile con gli strumenti (punti di riferimento) di cui siamo a disposzione; non riusciamo a tracciare un percorso - un phorein - che ci porti al concetto/fatto in esame.</div> <div class="standard" style="text-align: justify;">Il campo semantico dell'aporein è allora molto ampio e può essere riassunto nei seguneti punti:</div> <ul> <li class="itemize_item" style="text-align: justify;">esso, inizialmente, è usato per indicare, in sede cosmologica, l’impercorribile, l’inattraversabile poiché totalmente mobile e oscuro come sono, miticamente, il Chaos primordiale ed il Tartaro.</li> <li class="itemize_item" style="text-align: justify;">il verbo indica appunto l’inattraversabilità dell’elemento liquido, mare o fiume, sulla cui instabile mobilità non sappia aver la meglio, a ri-tracciare e poi a seguire la rotta (poros).</li> <li class="itemize_item">esso giunge, in campo filosofico, in sede cognitiva e fuori di metafora, ad indicare l’impotenza a fluire e a muoversi di una razionalità che, pur sempre congetturale e perciò esposta all’errore, può però aprirsi la via attraverso il corretto impiego dei segni o indizi che le siano ogni volta disponibili</li> </ul> <p style="text-align: justify;">E' soprattuto quindi l'ultimo punto - in sede cognitiva - che confà alla situazione di Teeteto e Menone, come abbiamo già avuto modo di dire, in quanto le domande di Socrate portano i due interlocutori a non avere più le nozioni cardine che portano alla soluzione del problema posto da Socrate e quindi provano stupore e perplessità in quanto non riescono più a tracciare una 'via' per individuare la soluzione di un problema.</p> <p style="text-align: justify;">Compito quindi di chi si trova nel'aporein è quello di ri-descrivere, ri-tracciare, ri-orientare un poros per lui di nuovo percorribile, facendo così cessare quella sensazione di perplessità/meraviglia che l'aveva colto. Non è tanto Socrate/Platone che ci danno la via per superare l'aporein, quanto piuttosto Aristotele nel libro B della Metafisica: "<em>in quanto si dubita, ci si trova nella stessa condizione di chi sia costretto da vincoli; in entrambi i casi, infatti è impossibile procedere</em>" egli allora: "riflette però che solo un esame dei luoghi cui conducono l’una e l’altra delle vie opposte in partenza dal bivio, cioè delle conseguenze che l’una e l’altra delle soluzioni possibili offrono, agevolerà il superamento del bivio bloccante stesso, cioè il procedere del ragionamento oltre l’alternativa oggetto di dubbio. Occorre perciò passare – e in modo corretto – attraverso l’aporia per poter andare avanti con successo (995a 27: euporesai); infatti, egli puntualizza “<em>il successivo buon procedere (euporia) è la soluzione delle precedenti aporie</em>".</p> <p style="text-align: justify;">Aristotele è dunque il teorico esplicito dell'uscita (europein) dallo stato di perplessità/meraviglia; l'acquisizione della sapienza costituirebbe il conseguimento di un punto di vista nuovo/opposto rispetto a quello che generava meraviglia e perplessità. Viene fra l'altro di pensare a questo stato come quello corrispondente alla meraviglia contemplante che osserva il problema ora con la soluzione 'in mano'.</p> <p style="text-align: justify;">Ma se Aristotele pone la scoperta dell'europein come soluzione all'aporein, che cosa dobbiamo dire di Platone? Sicuramente una soluzione analoga si ha nei dialoghi maturi dove Platone indica un metodo dialettico per superare le difficoltà del ragionamento, ma cosa si può dire dei dialoghi giovanili come il Teeteto ed il Menone, dove sembra essere presente solo la consapevolezza dell'aporein? In realtà già nel Menone si trova una soluzione 'positiva' e 'metodicamente acquisita' in quanto lo schiavo - a cui Socrate ha esposto un problema matematico - ha seguito un percorso che parte da una consapevolezza di una possibile soluzione, che risulta errata, per giungere ad una condizione di aporein in cui non sa dove proseguire, ma Socrate a questo punto osserva a Menone: "<em>facendolo stare nell’aporia e paralizzandolo come fa la torpedine, lo abbiamo forse in qualche modo danneggiato? […] gli abbiamo giovato invece, così sembra, rispetto al rinvenimento di come stia la faccenda; ora infatti cercherà volentieri per il fatto che non sa, mentre prima, facilmente, davanti a molti e di frequente, avrebbe ritenuto di dir bene, sostenendo che, per ottenere un’area doppia, bisogna prendere il lato di lunghezza doppia […] pensi dunque [, Menone,] che si sarebbe messo a cercare o ad imparare ciò che riteneva di sapere e che non sapeva, prima di cadere nell’aporia per cui ritiene di non sapere e però desidera sapere? […] dunque l’intorpidimento gli ha fatto bene?</em>" Qundi in sostanza lo stato di meraviglia/perplessità che prova lo schiavo è ritenuto da Socrate non un aspetto negativo, ma positivo perchè rappresenta "<em>un disporsi migliore rispetto all’oggetto che non [si] conosce</em>", quindi è uno stato che giova, in quanto permette di mettersi alla ricerca di una soluzione. Socrate infine conclude che essendosi messo ora alla ricerca di una soluzione, lo schiavo sicuramente la troverà; avrà "<em>scienza precisa su questi temi, non meno di chiunque altro</em>". Per Socrate dunque - in questo dialogo giovanile - vi è una via per uscire dall'aporein per ottenere la scienza di un 'problema matematico'.</p> <p style="text-align: justify;">Queste note nascono dalla lettura dell'articolo "<strong>Meraviglia, perplessità, aporia: cognizioni ed emozioni alla radice della ricerca filosofica</strong>" dell'autrice <strong>L. Napolitano</strong></p>