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Some notes on Relativity and other arguments
Einstein e la Meraviglia negli anni della formazione
<p style="text-align: justify;">Platone e Aristotele affermano che l'origine della filosofia è la meraviglia - vedi Teeteto e Metafisica - e su questa affermazione hanno riflettuto alcuni dei più importanti filosofi del 900 come Heideger e la Arendt, cercando di mostrare come questo sentimento deve essere recuperato dalla Filosofia Occidentale e come esso costituisca la vera differenza fra il filosofare e la ricerca scientifica. In questa nota descriveremo brevemente le due tipologie di meraviglia che sono state individuate nella filosofia e cercheremo di associarle ad alcune osservazioni dello scienziato per eccellenza: Einstein. L'idea di fondo è che la meraviglia svolge un ruolo importante anche nell'attività scientifica.</p> <p style="text-align: justify;">Si possono individuare una <strong>meraviglia contemplante</strong> ed una <strong>meraviglia interrogante</strong>. La prima è una sensazione che si prova, quasi si subisce (pathos), di fronte a un tutto che si mostra; viene da pensare ad esempio alle sensazioni che si provano nell'osservare il cielo stellato, un paesaggio estremamente bello o le immagini delle galassie che ci vengono proposte in qualsiasi documentario scientifico. La meraviglia contemplante può essere ricondotta al termine latino 'admirari', quindi all'ammirazione che nella filosofia cristiana si prova di fronte alla bellezza del creato, un creato che non è in mano all'essere umano, ma che è stato generato da un Dio eterno, secondo logiche che non ci sono proprie. Questa meraviglia - secondo ad esempio la Arendt - ci porta a fare delle domande ultime che non hanno una risposta univoca (scientifica), così facendo la meraviglia contemplante sveglia l'essere interrogante che è parte costitutiva della nostra condizione umana. Possiamo ricondurre a questo sentimento quello che ad esempio Einstein esprime riguardo dell'intellegibilità della natura per mezzo degli strumenti messi a disposizione dalla matematica. La meraviglia contemplante suscita domande che non hanno risposte, perchè quello che ci è mostrato non può essere compreso con gli strumenti concettuali a disposizione.</p> <p style="text-align: justify;">La meraviglia interrogante invece si prova ad esempio - ricordando le parole di Aristotele - quando ci viene presentato lo spettacolo delle marionette e noi, di fronte ad un qualcosa di inusuale, rimaniamo stupiti e ci interroghiamo sul reale 'funzionamento' di quello che ci viene mostrato. Essa si riconduce allo stupore che si prova di fronte ad un qualcosa che non può essere spiegato con l'ordinario, ma che comunque è inquadrato in una cornice concettuale che non lo giustifica, ma ha gli strumenti per farlo. E' per questa condizione che la meraviglia si dice interrogante; perchè un evento, un fatto non ordinario ha il bisogno di essere spiegato.</p> <p style="text-align: justify;">Considerazioni simili sulla meraviglia si trovano espresse nelle pagine iniziali della Autobiografia Scientifica d Einstein. </p> <p style="text-align: justify;">Se ripercorriamo gli anni della formazione del giovane Einstein scopriamo che egli ebbe un primo periodo di fervore religioso a cui ne successe un secondo più prettamente scientifico in quanto si rese conto - leggendo alcuni libri di divulgazione scientifica - che "<em>molte storie che raccontava la Bibbia non potevano essere vere</em>". Il sentimento religioso però non andò affievolendosi, ma modificò il suo obiettivo, da un Dio irragiungibile ad un mondo intelleggibile; infatti egli afferma "<em>Fuori c'era questo enorme mondo, che esiste indipendentemente da noi ... e che ci sta di fronte come un grande, eterno enigma, accessibile solo parzialmente alla nostra osservazione e al nostro pensiero. La contemplazione di questo mondo mi attirò come una liberazione... Il possesso intellettuale di questo mondo extrapersonale mi balenò alla mente ... come la meta più alta...</em>". In questo passo è evidente il sentimento di <strong>meraviglia contemplante</strong> che abbiamo presentato all'inizio della nota; Einstein infatti contempla un mondo che ci è dato e prova un sentimento di liberazione, ma allo stesso tempo gli 'balena alla mente' che questo mondo può essere compreso in modo intellettuale, ponendosi in questo modo delle 'domande ultime'.</p> <p style="text-align: justify;">Proseguendo nella descrizione di come il pensiero si attua, Einstein giunge a considerazioni simili a quelle esposte per il concetto di meraviglia interrogante. Egli infatti afferma che <em>"... il nostro pensiero proceda in massima parte senza fare uso di segni (parole) e anzi assai spesso inconsapevolmente. Come può accadere altrimenti che noi ci <span style="text-decoration: underline;">meravigliamo </span> di certe esperienze in modo così spontaneo?</em>" La meraviglia dunque non nasce da un ragionamento esplicito, ma dall'incessante processo di collegamento fra concetti che produce il nostro pensiero in modo inconsapevole; così facendo si prova un sentimento di meraviglia "<em>quando un'esperienza entra in conflitto con un mondo di concetti già sufficientemente stabile in noi. Ogniqualvolta sperimentiamo in modo aspro e intenso un simile conflitto, il nostro mondo intellettuale reagisce in modo decisivo.</em>" Il conflitto deve essere risolto, in modo tale che "<em>il mondo intellettuale</em>" da noi sviluppato sia alla fine in grado di comprendere anche il fatto/evento inusuale; in un certo senso lo sviluppo del nostro mondo intellettuale è una continua "<em>fuga dalla meraviglia</em>".</p> <p style="text-align: justify;">Einstein afferma che provò una meraviglia simile all'età di 4/5 anni quando suo padre gli mostrò una bussola. "<em>Il fatto che quell'ago si comportasse in quel certo modo non si accordava assolutamente con la natura dei fenomeni che potevano trovare posto nel mio [di Einstein] mondo concettuale di allora, tutto basato sull'esperienza diretta del toccare. </em>" <span style="display: inline !important; float: none; background-color: #ffffff; color: inherit; font-family: Lato; font-size: 14px; font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: 400; letter-spacing: normal; orphans: 2; text-align: justify; text-decoration: none; text-indent: 0px; text-transform: none; -webkit-text-stroke-width: 0px; white-space: normal; word-spacing: 0px;">Quest'esperienza gli fece un'impressione durevole e profonda. </span>Il mondo concettuale di cui parla Einstein può essere ricollegato all'idea di 'sensus communis' di Arendt, perchè <span style="display: inline !important; float: none; background-color: #ffffff; color: inherit; font-family: Lato; font-size: 14px; font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: 400; letter-spacing: normal; orphans: 2; text-align: justify; text-decoration: none; text-indent: 0px; text-transform: none; -webkit-text-stroke-width: 0px; white-space: normal; word-spacing: 0px;">è individuato da quegli eventi/fatti/esperienze a cui noi siamo abituati fin dall'infanzia come può essere la caduta dei gravi, il vento, la pioggia, la luna... a quegli eventi/fatti su cui tutti quanti noi abbiamo un'esperienza condivisa che ci deriva dalla nostra condizione umana di esseri viventi nella natura/civiltà in cui siamo nati.</span> L'esperienza della bussola, dunque, è un fatto nuovo in questo 'senso comune' che non può essere spiegato. Einstein si rese conto, inoltre, che in questa esperienza vi è un qualcosa di "<em>profondamente nascosto</em>" che gli provocava meraviglia e che doveva essere portato alla luce, proprio come l'osservazione di Aristotele al riguardo delle marionette.</p> <p style="text-align: justify;">Un sentimento di meraviglia fu provato da Einstein anche all'età di 12 anni leggendo un libro di geometria. Ciò che lo stupì fu che alcuni asserti della geometria, seppure non evidenti, potevano essere dimostrati con una certezza che non poteva lasciare dubbi (Einstein fa riferimento ad esempio al fatto che le altezze di un triangolo si incontrano in un unico punto). La meraviglia nasceva dalla constatazione che alcuni concetti del tutto evidenti, come quelli basilari della geometria (la linea, il punto...) avevano un riscontro immediato nell'esperienza (l'asta rigida, l'intervallo finito...) e tramite di essi si poteva costruire un sapere 'certo', si poteva avere una "<em>certa conoscenza degli oggetti dell'esperienza per mezzo del puro pensiero</em>". Come definire questa meraviglia? Sembra naturale collegarla con la meraviglia contemplante, in quanto è un sentimento che si patisce (pathos) e porta a delle considerazioni ultime - come direbbe Arendt legate al pensiero più che alla ragione - che non evidenziano un qualcosa di nascosto che deve essere portato alla luce - come nel caso dell'esperienza della bussola - ma piuttosto un qualcosa che ci stupisce, di cui non riusciamo a fornire una ragione e allo stesso tempo non la cerchiamo. Questa meraviglia si può ricondurre al medesimo sentimento - <span style="display: inline !important; float: none; background-color: #ffffff; color: inherit; font-family: Lato; font-size: 14px; font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: 400; letter-spacing: normal; orphans: 2; text-align: justify; text-decoration: none; text-indent: 0px; text-transform: none; -webkit-text-stroke-width: 0px; white-space: normal; word-spacing: 0px;">indicato nella parte iniziale di questa nota -</span> che Einstein provò nel considerare il fatto straordinario ed inspiegabile che la natura sia intellegibile attraverso la matematica.</p> <p style="text-align: justify;">Quelli appena descritti sono i principali passi dell'Autobiografia Scientifica in cui Einstein descrive un sentimento di meraviglia; ma questa propensione per la meraviglia fu stimolata dalle numerose letture che egli fece negli anni della formazione. Tra di esse è da ricordare - come fa lo stesso Einstein nella citata Autobiografia - i <em>Libri Popolari di Scienza Naturale</em> di Bernstein. [si fa riferimento all'articolo "<em>Bernstein's Volksbucher and the adolescent Einstein</em>"]</p> <p style="text-align: justify;">Che i libri di Bernstein siano stati importanti nella formazione del giovane Einstein ce lo conferma lui stesso nell'intervista di Talmey del 1921 in cui afferma che "<em>It has exerted a very great influence on my whole development</em>". Per i nostri fini non interessa indicare quali parti dell'opera di Bernstein siano stati importanti per la formazione del fisico tedesco, ma ci preme sottolineare lo stile dell'autore che mette in risalto la meraviglia e lo stupore per i risultati ottenuti dalla scienza del XIX secolo. Questo stile ha sicuramente stimolato la meraviglia del giovane Einstein.</p> <p style="text-align: justify;">Un esempio di questo stupore si trova ad esempio in frasi come "<em>Natural scientists have considered and investigated things that strike any normal man as a fable</em>", oppure quando l'autore descrive il calcolo esatto con cui l'astronomo francese Leverrier ipotizza l'esistenza di un pianeta oltre Urano e lo fa in un articolo dal titolo "<em>The Wonder of Astronomy</em>", o infine quando Bernstein afferma"<em>Praised be this science! Praised be the men who do it! And praised be the human mind, which sees more sharply than does the human eye!</em>". E' facile dedurre da questi semplici esempi che frasi di questo genere abbiano potuto influenzare profondamente il giovane Einstein ed indurlo a passare dal fervore religioso dei primi anni a quello scientifico degli anni successivi.</p> <p style="text-align: justify;">La meraviglia interrogante viene sucitata da Bernstein proponendo delle situazioni che non si riscontrano della vita quotidiana (sensus communis); ad esempio nel descrivere le forze che si riscontrano in natura egli invita il lettore ad immaginare un mondo in cui gli esseri umani abbiano un senso in più od uno in meno rispetto ai 5 conosciuti. Cosa succederebbe se l'uomo non possedesse il senso della vista? Una immediata conseguenza è che il concetto di distanza non sarebbe determinato in modo così evidente come ci appare - ma sarebbe influenzato dal suono, l'unico fenomeno percepibile in relazione a distanze superiori a quelle che possiamo raggiungere con il tatto. E cosa succederebbe se avessimo un senso in più? Di certo avremmo una conoscenza della natura enormemente aumentata, ma non siamo in grado di dire in cosa costituisca questo tipo di conoscenza. La conclusione del ragionamento di Bernstein è che "<em>there are forces in nature that would remain hidden to us unless they were some how brought to the attention of our existing senses</em>". Bernstein, dunque, oltre a presentare un mondo che non è quello che esperiamo - e che suscita un senso di meraviglia - suggerisce anche la falsità di ciò a cui siamo maggiormente familiari, proprio perchè - come essere umani - non siamo 'attrezzati' per comprenderlo.</p> <p style="text-align: justify;">Mostrare come la natura si nasconda ai nostri sensi è uno dei temi tipici delle pagine di Bernstein; sovente egli afferma che esistono forze nascoste come quelle che tengono insieme gli atomi - a quel tempo non spiegabili - o come i fluidi elettrici/magnetici - che non avevano nulla a che fare con il quotidiano - ma che era stato necessario ipotizzare per spiegare i fenomeni. Si consideri anche l'ipotesi che Bernstein formula in numerosi passi della sua opera dell'esistenza di un'unica forza della natura, di cui quelle conosciute sono solo una sua espressione. Discorsi di questo tipo inducono il lettore a meravigliarsi per un qualcosa che non è a portata di mano e allo stesso tempo lo pongono di fronte a domande sul perchè il mondo al di là dei nostri sensi non sia ancora totalmente 'svelato'.</p> <p style="text-align: justify;">Non è necessario proseguire nell'analisi dell'opera di Bernstein; questi brevi spunti ci sono stati sufficienti per dimostrare che anche le letture compiute dal giovane Einstein hanno contribuito a stimolare la meraviglia verso i risultati della Fisica che lo stesso autore ci descrive nella sua Autobiografia Scientifica.</p>